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Cronaca
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Editoria: quanto ci costi?
 22:38 martedì 29 aprile 2008
Dubbio di legittimità sui finanziamenti destinati alle testate giornalistiche. Editoria:quanto ci costi?

Si parte da una cifra:700.Questi infatti i milioni di Euro spesi per finanziare direttamente o indirettamente i giornali più autorevoli del panorama editoriale italiano,nel solo 2006,come "contributo alle Poste per l'editoria".Poco male,l'informazione è uno dei pilastri di una democrazia che si rispetti si potrà pensare.Il problema nasce quando i destinatari dei nostri soldi sono quotidiani come "Il sole 24 ore"( a cui sono andati nel 2006 la bellezza di 11.569.368,09 euro) e il "Corriere della sera"addirittura quotati in borsa. Sulle cifre complessive delle provvidenze pubbliche però non si riesce a veder chiaro. Secondo un'analisi della Fnsi (sindacato nazionale dei giornalisti) dagli elenchi dei contributi pubblici diretti e indiretti alla stampa, pubblicati nel gennaio 2006 dal Dipartimento per l'Editoria di Palazzo Chigi, risulta che l'intervento annuo dello Stato è pari a 700 milioni di euro. La Fieg (Federazione degli editori) smentisce queste cifre e afferma di intascarne "solo" 450 e spiega così i suoi conti: 150 per i giornali di partito e le cooperative, 270 per le Poste, 100 milioni per le pubblicazioni no-profit, 48 milioni per quotidiani e 120 milioni per periodici oltre a circa 40 milioni di rimborsi ai gestori telefonici. L'ultima parola spetta all'autorità erogante, ma questa "ultima parola" non arriva: anzi.I rendiconti pubblici del Dipartimento per l'Editoria sono fermi al 2003, qualcuno al 2004, per alcune (vecchie) voci di spesa i conti sono ancora "in elaborazione". Ma fatto ancor più sconcertante è che per i piccoli giornali locali,quelli che forse necessiterebbero realmente di un aiuto statale non c'è possibilità di accedere a questi finanziamenti perché il requisito fondamentale per avere questo bonus fiscale è avere la certificazione di bilancio che costa tra i 5 e i 15 mila,cifra assolutamente fuori dalla portata della piccola editoria. La storia degli aiuti diretti all'editoria inizia con l'istituzione in epoca fascista dell'Ente Nazionale Cellulosa e Carta (Encc), che nel quadro di una politica autarchico-corporativa aveva il compito di sostenere la stampa e rilanciare l'industria italiana della cellulosa. In realtà le sovvenzioni sono andate avanti fino al 1994, quando l'Encc è stato posto in liquidazione. Ed è proprio dal secondo dopoguerra che i giornali sono stati assimilati alla casta della politica e degli affari senza obiettivi di vendite e senza soprattutto la voglia di creare un mercato dell'informazione libero e vivo,che avrebbe stimolato sicuramente molti più italiani alla lettura quotidiana di un giornale(e non mi riferisco solo a noi giovani,che troppo spesso siamo accusati di pigrizia culturale). Anche l'Antitrust sta facendo i suoi accertamenti perché forse anche i famigerati proclami della Trasparenza sono solo una maschera all'avidità che purtroppo ormai nel nostro paese sembra essere una costante. Ha fatto scalpore qualche giorno fa la trasmissione di rai tre "Report" che ha messo in evidenza come fosse facile fino a qualche tempo fa per un giornale ottenere dei finanziamenti;due firme di due onorevoli e il gioco era fatto. Poi nel 2000 il Governo decide uno stop (legge 388, art.153), continuando ad erogare contributi solo a patto che questi giornali si trasformassero in cooperative. Così nel 2003 – ultimi dati disponibili – risultano 22 testate che, in questa nuova forma e in un elenco apposito, hanno avuto contributi: dai 5 milioni e 371mila euro di Libero ai 3 milioni e 500mila del Foglio, dai 2 milioni e 580mila di Linea (Movimento sociale – Fiamma tricolore) ai 2 milioni e 180mila del Riformista, ai 203mila della Voce repubblicana e ai 170mila di Aprile. La questione però non è solo economica.Se è lo Stato che paga per il giornale è ovvio pretendere che non compaiano articoli per così dire scomodi. La classifica mondiale della libertà di stampa è di "Reporter Sans Frontières" (www.rsf.fr ;).L'Italia è al 40° posto,dopo Cile e Corea del sud. A voi i commenti del caso,non è che Beppe Grillo ha ragione?.

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